Terra Santa: La mia esperienza senza glutine tra Israele e Giordania

Sarei dovuta partire per un viaggio in Terra Santa già nel 2016 ma il gruppo non ha mai raggiunto il numero minimo di partecipanti. Almeno fino a quest’anno, quando ormai tutto avrei pensato tranne che questo viaggio si sarebbe mai fatto. E invece la notizia è arrivata così, inaspettatamente. Quindi, è stata una fortuna che avessi il passaporto pronto – e chiuso nel cassetto – da ben 2 anni. Ormai si ha troppa paura di lasciare il Paese, soprattutto per andare in luoghi dove la cronaca nera regna sovrana. Si parla di attentati, di ISIS e in un certo senso a ragione: è una realtà che vige ed è comunque presente in Medio Oriente. Ma non deve essere la paura a decidere per noi, non dobbiamo privarci di partire e fare esperienze uniche nella vita. Ammetto che arrivare in Israele e di lì spostarsi tra Giordania e Palestina è stato complicato. Ho passato tantissimo tempo a fare i controlli alla dogana. Ci hanno controllato i documenti e le valigie. Ci hanno chiesto cosa avremmo fatto, i nostri percorsi e – strano a dirsi – se qualcuno ci avesse fatto o aiutato a fare la valigia. La politica è severa ed il terrore che qualcuno possa far entrare o uscire dal Paese qualcosa di pericoloso è tanto.

Di ritorno da un viaggio magico e spettacolare. Sono tornata con occhi nuovi, con una diversa consapevolezza del mondo che mi circonda. Il viaggio in Terra Santa ti fa riflettere a prescindere dal credo, dalla religiosità e dal culto dei luoghi sacri. La vita in Israele, Giordania e Palestina è completamente diversa da quello che mi aspettavo, soprattutto diversa da quello che giorno dopo giorno ci mostrano in tv. Non è solo guerra, non è solo conflitti e bombardamenti. C’è un’umanità che combatte, senza combattere, ogni giorno: per alzarsi dal letto, per andare a lavorare e dover attraversare confini, muri e posti di controllo. Ho visto ragazzi di 16/17 anni con delle armi quasi più grandi di loro. Ma ho visto anche tanti volti sorridenti, bambini che giocavano spensierati per i vicoli di Gerusalemme, scorci immensi, panorami mozzafiato e tanta, tantissima desolazione.

Petra
È stato un viaggio così, pieno e vuoto allo stesso tempo: esperienze e condivisioni che ti riempiono, ma il guardare faccia a faccia la realtà di quest’altra parte di mondo ti lascia una voragine nel petto. Una volta varcate le porte dell’aeroporto, una volta conosciuta quest’altra parte di mondo, non potrai mai essere lo stesso di quando sei partito.

Ecco la mia esperienza da celiaca in questo viaggio itinerante

Durante tutte le fasi dell’organizzazione ho avuto molta angoscia quando pensavo a come o cosa avrei mangiato una volta abbandonata l’Italia. Ne ho parlato con l’agenzia con cui il viaggio era organizzato – più e più volte. Volevo essere sicura che tutti conoscessero la problematica a cui sono soggetta. Purtroppo il messaggio non è stato recepito e le difficoltà non hanno fatto altro che aumentare. Da brava celiaca sono stata previdente. Avevo fatto la mia spesa senza glutine comprando l’occorrente per la partenza. Avevo pane a sufficienza, snack da sgranocchiare e qualcosa da mangiare a colazione. E devo dire che sono serviti – magari non nelle eccessive quantità che avevo portato, ma mi hanno aiutato tantissimo ogni giorno. Il disagio è iniziato già in aeroporto perché l’Alitalia non aveva gestito la richiesta del pasto senza glutine. A questo punto – a me servirà da reminder per i prossimi viaggi, ma magari a qualcuno di voi può servire – vi dico come l’Alitalia gestisce queste problematiche. Male. La richiesta di un pasto senza glutine va fatta entro due giorni dalla partenza MA si deve continuare a sollecitare la compagnia nel caso non risponda. Per avere la certezza di poter mangiare qualcosa, infatti, serve una risposta da Alitalia. A me è mancata questa risposta nonostante avessi fatto la richiesta più che in tempo, così non ho avuto il pasto a cui avevo diritto. Arrivata in Medio Oriente è stato difficile – ma non impossibile – comunicare. La cultura del senza glutine non c’è. E men che meno si conosce la contaminazione. Ma, fortunatamente, spiegando la problematica, sono riuscita a far capire di cosa avessi bisogno. In cucina sono sempre stati gentili e hanno cercato di portarmi tutto quello che riuscivano. Ma – e molti di voi mi capiranno – bisogna avere sempre mille occhi puntati ovunque. Infatti, una delle prime sere ero in dubbio su se avessero realmente capito cosa avessi detto/chiesto. Così mi accorgo che il piatto che mi stavano per portare conteneva del riso sì, ma preso dalla bowl del buffet – ovvero da una bowl contaminata. Penso di aver spiegato almeno 5 volte la situazione ai camerieri che continuavano a non capire quale fosse il problema. Mi sentivo così frustrata. Avrei lasciato perdere. Sarei andata via senza cena perché per me – alle 21 e dopo una giornata infinita iniziata alle 6 del mattino – sostenere ancora una volta la conversazione era diventato insostenibile. La mia fortuna sono stati i miei compagni di viaggio. Mi hanno dato l’idea di parlarne con uno dei dirigenti dell’hotel, il quale, infatti, ha capito e risolto subito la situazione.
Tipico mangiare a colazione questo yogurt bianco asciutto accompagnato da Zatar – un misto di spezie – e olio
Ammetto, quindi, che è stata dura. Sono stati 7 giorni molto pesanti e spesso ho provato invidia nel vedere i piatti degli altri pieni di cibi tradizionali, mentre io gustavo il mio solito riso, pollo e patate. È stata dura perché ci si deve adattare. È stata dura perché tutte le volte si deve spiegare tutto nei particolari e sperare, sperare tanto. Ma alla fine si sopravvive anche senza le comodità a cui siamo quotidianamente abituati. Si sopravvive e si ritorna a casa arricchiti. Io, personalmente, in questo modo ho creato un contatto con i ragazzi della cucina. Mi hanno dato dei consigli su alcune ricette, mi hanno fatto conoscere spezie e ingredienti unici che custodirò gelosamente dentro di me.

E sì, nonostante tutto, ne è valsa la pena.

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